martedì 27 marzo 2018

Gran successo del master in “International business and intercultural context. Annunciata la II edizione 2019

Perugia, 27 marzo 2018 – «Ci sarà una seconda edizione del master in “International business and intercultural context” (IBIC) e si realizzerà a partire dal prossimo anno accademico». A dare la notizia è il presidente dell’Onaosi Serafino Zucchelli, che insieme al rettore Giovanni Paciullo, il direttore generale Cristiano Nicoletti e il prof. Antonio Picciotti, ha annunciato nel corso di un incontro nella sala Goldoni di Palazzo Gallenga dell’Università per stranieri di Perugia.
«Per vivere in questo mondo con soddisfazione personale e in modo utile – ha aggiunto il presidente Zucchelli, rivolgendosi agli studenti – bisogna avere oggi una forte consapevolezza ed essere dotati di alte competenze. Vorremmo che le due istituzioni, l’Onaosi e la Stranieri continuassero a dialogare insieme anche con voi per accompagnarvi nelle scelte finali del vostro percorso professionale».
«È importante – ha detto il rettore Giovanni Paciullo – che questo master si sia attivato e che abbia registrato un panel di docenti di alto profilo scientifico. L’Onaosi si è posta la prospettiva importante di attivare un’iniziativa diretta ad una ridefinizione dello spazio del diritto allo studio perché questi percorsi di formazione potessero essere finalizzati al termine del percorso universitario ad un adeguato sbocco professionale».
Il master in “International business and intercultural context”, iniziato a Febbraio presso la Stranieri e frequentato da 25 studenti provenienti da ogni parte d’Italia, ma anche dal Vietnam, Argentina e Georgia, intende fornire conoscenze e competenze tali da definire le politiche di marketing per il lancio di nuovi prodotti in mercati internazionali, acquisire autonomia nell’analisi dei nuovi mercati di sbocco, conoscere le modalità di ingresso nei mercati e il quadro giuridico della regolamentazione, nonché le differenze interculturali che si riflettono nei processi di negoziazione. All’iniziativa erano presenti, oltre agli studenti del master, Ester Prologo e Carla Melaragna dell’Onaosi, Rita Mariotti e Maria Grazia Susta del servizio ricerca ed alta formazione della Stranieri. 

mercoledì 21 marzo 2018

Intervista ad Annalisa Andreoni sul nuovo libro “Ama l’italiano”

Perugia, 22 marzo 2018 - L'italiano è una lingua elegante, musicale, armoniosa, dolce, piacevole, seducente. Un idioma che gli stranieri lo considerano come la lingua più bella del mondo, tanto da farne la quarta più studiata tra le lingue straniere. Queste dichiarazioni arrivano dal libro dell'italianista Annalisa Andreoni "Ama l'italiano. Segreti e meraviglie della lingua più bella" in otto curiose tappe tra i tesori della nostra lingua, da Boccaccio alla "supercazzola" di Amici miei, da Galileo a Benigni, per innamorarsi, o reinnamorarsi, della "lingua degli angeli". L'autrice, introdotta dalla professoressa Floriana Calitti, parlerà del suo libro nella sala Goldoni di palazzo Gallenga, giovedì 22 marzo, alle ore 11.00. 
Annalisa Andreoni, toscana, insegna letteratura italiana all'Università IULM di Milano. Studiosa della modernità letteraria, condirige la Nuova rivista di letteratura italiana, scrive di letteratura e cultura sull'Huffington Post e tiene il blog culturale Generazione Goldrake. Autrice di molte opere universitarie, con il libro Ama l'italiano si rivolge a tutti i lettori.    
Professoressa Andreoni, partiamo dal titolo: "Ama l'italiano", perché si ama poco o perché ci sfugge qualcosa?  
Con questo titolo volevo trasmettere l'idea dell'amore per la lingua. Originariamente doveva essere "amo l'italiano" poi è diventato un imperativo. Luisa Carrada, autrice del blog "il mestiere di scrivere" lo ha definito un imperativo gentile, altri invece un comandamento. In realtà non si può ordinare di amare, è un po' come "ama il padre e la madre", cioè ama la tua lingua. Non venire meno a quello che è l'amore naturale che si dovrebbe avere per i propri genitori, per la lingua madre. L'italiano non è una lingua in decadenza, ma in espansione nonostante l'impressione che possiamo avere. Nell'Ultimo secolo è diventata veramente una lingua parlata da tutti i cittadini italiani, mentre prima era parlata soltanto da pochi che avevano la possibilità di andare a scuola per impararlo, e in casa si parlava solo il dialetto. È vero che forse questa naturalità con cui tutti parliamo l'italiano come lingua madre porta forse i giovani a utilizzarla in maniera così senza dargli troppa importanza senza coltivarlo, pensando che sia scontato e invece come tutte le cose bisogna aver cura  così come si ha cura del patrimonio artistico. La lingua italiana è anche uno dei patrimoni che appartengono a tutti gli italiani e in questo senso invito ad amarlo      
Lei parla di una lingua ricca per ogni contesto, per la scienza, per l'amore, per la musica, anche per le invettive, ma c'è sempre un uso improprio degli anglicismi, come spiega queste scelte?  
L'inglese è oggi una lingua egemone, che si è diffusa attraverso il cinema, internet etc..  Su questo non ci sono dubbi. Ma è anche vero che in Italia siamo andati un po' oltre a quella che è una normale fisiologia dei rapporti di potere tra i vari universi linguistici. Impazza proprio la moda di utilizzare termini inglesi all'interno della lingua italiana in maniera del tutto inutile    
Ci fa un esempio?  
Perché si deve dire baby gang al posto di banda giovanile, o job act invece di legge sul lavoro? Normalmente quando c'è un anglicismo o un forestierismo arriva un concetto nuovo e questo può spiegare i termini che vengono da internet o alle nuove tecnologie ma non si capisce perché i giornali, le televisioni e i mezzi di comunicazione di massa debbano nominarli con termini stranieri quando esiste un significato corrispondente in italiano.  Come anche accade nella comunicazione politica dove si usano termini come job act, flax tax, che gran parte della popolazione non comprende. Forse la cosa è voluta, non per raggirare l'elettore, ammantando con parole nuove concetti vecchi e poco digeribili, ma perché non si conosce la ricchezza della lingua italiana     
Nel suo libro raccontando la storia della nostra lingua, lei parla di poeti medievali e dei cantanti rock, cosa unisce queste epoche lontane e diverse?  
La tradizione. Esiste una tradizione linguistica e letteraria che agisce, più o meno consapevolmente, anche in chi intraprende vie espressive nuove. La lingua della poesia d'amore, per esempio, è stata codificata da Dante e da Petrarca ed è rimasta produttiva per secoli. La lingua della tradizione ha agito fino a Novecento inoltrato e ancora oggi offre, sul piano della parodia e del rovesciamento, molti spunti creativi. Ciò non significa che si debbano ignorare o appiattire le differenze tra le varie epoche storiche. Il rock è naturalmente una forma artistica agli antipodi della poesia medievale, sia sul piano formale che su quello ideologico, e ciononostante non possiamo non scorgere similarità nello svolgimento di certi temi, come per esempio l'amore. La sfida sta nell'essere capaci di apprezzare la trasformazione delle modalità espressive attraverso le varie epoche e nell'apprezzare lo scarto tra l'atto artistico individuale e la norma diffusa in un certo periodo storico.